venerdì 11 gennaio 2013

Non uno di meno di Zhang Yimou.


Un film di Zhang Yimou. Con Minzhi Wei, Huike Zhang, Zhenda Tian, Enman Gao Titolo originale Yi ge dou bu neng shao. Drammatico, Cina 1999

Con il film Non uno di meno Zhang Yimou abbandona il suo stile ricercato tipiche dei suoi precedenti. Racconta, invece, una vicenda sempice con una leggerezza narrativa molto efficace, ma priva di orpelli estetici. Non fa uso di immagini di grande impatto né del  colore in chiave simbolica ed espressiva come fu per  Sorgo Rosso, Ju Dou, Lanterne rosse.
In questo film l’autore predilige uno stile essenziale. L’effetto di realismo ricercato dal regista è reso sia attraverso la scelta dei protagonisti che dell’ambientazione in cui la vicenda si svolge.
Gli attori sono gente presa dalla strada; tutti conservano iloro nomi e interpretano nel film sè stessi: il maestro Gao è un vero maestro,Wei Minzhi si chiama proprio così, ha 13 anni ed è contadina e lo stesso vale per gli altri interpreti. 
Protagonisti assoluti sono proprio i bambini e la figura più importante è una bambina, ancora una volta un personaggio femminile, sempre privilegiato nei film da Zhang Yimou. Wei Minzhi è una ragazza povera, ma tenace nel perseguire i propri obiettivi. 
In Cina moltissimi bambini abbandonano la scuola, ma questa giovane combatte la sua battaglia personale senza scoraggiarsi, fa quello che è in suo potere fare, senza arrendersi di fronte alle difficoltà coerente con la promessa fatta: non uno di meno, promessa che ogni insegnante dovrebbe fare di fronte ai propri ragazzi. Il proposito della ragazza inizialmente è quello di guadagnare quello che le è stato promesso, ma pian piano il suo impegno diventa più serio e umano. Il messaggio è chiaro: forse non si può cambiare il mondo, di sicuro non lo si può fare da soli, ma dove siamo, il nostro impegno, la nostra tenacia,la nostra disponibilità può fare la differenza per chi ci vive accanto.

A lei che è affidato un compito più difficile: non solo salvare gli allievi ma anche salvare se stessa. Sarà lei a crescere e a trasformare, ma anche a cambiare il destino dei ragazzi. Alla fine in questa classe la maestra diventa maestra. Cambia. Cresce. Assolve il suo compito.
Quando un bambino dovrà lasciare la classe per andare a lavorare in città per aiutare la mamma, la maestra si attiva per riportarlo a scuola. E allora tutti i bambini si danno da fare. Tutti partecipano con entusiasmo ai calcoli fatti alla lavagna per capire quanti soldi occorrono, quanti mattoni bisognerà spostare, perché quell'alunno possa essere riportato indietro ("Non uno di meno"). 
La giovane maestra riesce a suscitare l’interesse di tutti gli allievi, a entusiasmarli, dando una svolta pratica e concreta alle lezioni. Perché in fondo, la scuola non dovrebbe essere altro che il luogo dove si va per imparare qualcosa, che potrà essere utile nella vita. Imparare a uscire dagli schemi per affrontare la vita e creare un’osmosi creativa.
Il regista Zhang Yimou afferma che il suo “è un film sui bambini e i bambini si possono solo osservare con amore e ottimismo” e la storia che sviluppa conferma ciò che dice.
La storia di Qiu Ju, è ambientata, almeno nella prima parte, in un villaggio poverissimo, senza luce né acqua corrente, mentre nella seconda parte la narrazione si sposta in  città.  
Nel villaggio si respira un'atmosfera arcaica,  fuori dal tempo e le inquadrature prolungate e fisse, la scarsità degli elementi presenti nella scena, sono tutte scelte estetiche che concorrono a conferire al luogo questa fisionomia: la vita è ancora scandita da ritmi naturali e tutto sembra fermo, senza possibilità di cambiamento. 
La scuola è priva di tutto, perfino dei gessi che il maestro Gao usa con molta parsimonia. I banchi sono rotti, c’è un solo libro vecchio e consunto, non c’è la campanella e la fine delle lezioni è segnalata dal posarsi dei raggi del sole su un chiodo appeso alla parete. L’abitazione de maestro è molto povera: un giaciglio per dormire e un piccolo tavolino di legno ormai consumato dal tempo sono gli unici arredi.Il linguaggio filmico, in questa prima parte, è giocato interamente sulla macchina da presa, spesso fissa, che indaga sui volti dei personaggi e sugli elementi e i dettagli che caratterizzano il villaggio.
In netta contrapposizione la città: una caotica metropoli, simbolo della globalizzazione galoppante dove convive la miseria dei mendicanti che elemosinano agli angoli delle strade, la ricchezza e  il benessere riservati a pochi. Al silenzio del paesino rurale si contrappone  il rumore assordante della città: lo sferragliare di treni, gli altoparlanti, le auto. La gente frenetica è in continuo movimento. Le inquadrature sono brevi e passano rapide davanti ai nostri occhi. Il regista ci fa vedere come, al contrario che in campagna, qui in città la società cinese è in rapido cambiamento. 
Solo la televisione in un certo modo ha il potere di attenuare le distanze, grazie ad essa il bambino si ritroverà e potrà tornare a scuola.

Questo film ci mostra la Cina vera. Tutto, dall'ambiente agli attori, è autentico, da quello squarcio di vita quotidiana a noi tanto strana, e chissà se ci potranno mai essere veramente storie come queste a lieto fine.
Sembra questa una storia semplice. In realtà Zhang Yimou ha fatto voluto fare un film di critica sociale,  denunciando e condannando l'estrema povertà delle campagne, il divario incolmabile tra campagna e città, l'abbandono scolastico e il lavoro nero dei bambini (fenomeno diffusissimo), le assurdità della burocrazia, il persistere di certi usi maoisti (l'alzabandiera, il canto corale dell'inno nazionale). Insomma, attraverso una commedia con bambini, una polemica forte contro la Cina contemporanea che cerca il benessere nelle città e abbandonata alla miseria i territori rurali che costituiscono la gran parte del Paese.

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