mercoledì 19 novembre 2014

Paulette di Jérôme Enrico

Un film di Jérôme Enrico. Con Bernadette Lafont, Carmen Maura, Dominique Lavanant, Françoise Bertin, André Penvern; Commedia, durata 87 min. - Francia 2012 - IMDb
Dopo l’irriverente giardiniera che  coltivava piantine di marijuana nel famoso “L’erba di Grace”nella verde Cornovaglia,  lo scottante tema della droga viene trattato sui grandi schermi con una nuova divertente commedia francese, “Paulette” di Jérôme Enrico. La protagonista è una vecchia e acida signora, per di più è una razzista senza peli sulla lingua tanto da chiamare "Sbuccia banane" il marito della figlia che non ha mai perdonato di aver sposato un uomo "nero".
Non la intenerisce neanche il suo povero nipotino che le chiede "perché mi odi"?.  Una donna che la vita ha reso arida ed egoista, come succede spesso a chi vede la sua vita andare a rotoli.
Dei suoi "peccati" parla al suo confessore chiedendone il perdono senza vero pentimento: qualche Ave Maria e una piccola paternale e si ricomincia come prima.
Abita nel blocco Victor Hugo di un palazzone della periferia parigina, è vedova da dieci anni e, dopo un passato di brillante pasticcera e tanto lavoro, si trova a sopravvivere con una misera pensione, 
Paulette cerca di campare come meglio può, rovistando spesso nella spazzatura alla ricerca di qualcosa che le possa servire. Per mimetizzarsi si lega un foulard sotto il mento, indossa un ampio impermeabile e un paio occhiali da sole del suo defunto marito.
In apparenza è un’anziana qualunque: una  vedova che si arrangia come può per sopravvivere, nel pomeriggio, passa il tempo a giocare a carte con le amiche, ma che non ha peli sulla lingua tanto da non aver remore nel chiamare "Alzheimer" l'amica più vecchia.
Ogni giorno è uguale all'altro: cercare cibo tra i rifiuti, tenere, suo malgrado, il nipotino perché la figlia possa lavorare, giocare a carte; finché accade ciò che le cambierà la vita: le piove letteralmente dal cielo un pacco di haschisch. 
Così inizia la svolta. La curiosa Paulette osserva, scruta e trova un nuovo modo per fare soldi: spacciare hashish. Senza nessuna paura si presenta alla porta dell’abitazione del capobanda di quei ragazzotti che spacciano nel suo affollato quartiere e gli chiede di poter collaborare.
Superate le difficoltà e le inibizioni dell'esordio, Paulette (Bernadette Lafont) comincia a vendere hashish con una facilità e una sveltezza che conquistano presto il cuore di Vito, boss del quartiere. Paulette si trasforma così in nonna Spinello
Si avvicina con aria furtiva alla gente e si fa presto il suo giro suscitando la rabbia dei giovani pusher che si vedono rubare la loro piazza.
Il rapporto tra Paulette e i giovani pusher è un altro aspetto interessante del film. Vecchi e giovani pur accomunati da una situazione di vulnerabilità,  restano distanti e divisi fra loro. Nel film il divario è rimarcato non solo dall'aspetto, dai vestiti, ma anche dal linguaggio, a cui Paulette cerca di conformarsi. Proprio sul linguaggio il regista ha basato il casting dei personaggi più giovani. "Molte espressioni neppure molti francesi riuscirebbero a comprenderle" ha dichiarato lo stesso regista. Questa peculiarità purtroppo non può esser colta dal doppiaggio italiano, ma l'idea è certamente apprezzabile e funzionale ad accrescere il senso reciproco di isolamento, di persone che abitano la stessa città, persino lo stesso quartiere.
La vecchia non si arrende e troverà un'altra strada. E' proprio il nipote disprezzato che gli suggerirà l'idea, mescolando gli ingredienti dei pasticcini che la nonna stava preparando con la droga.
Dotata di un buon senso degli affari e di un talento come pasticcera si mette allora a sfornare torte e pasticcini alla cannabis, assicurandosi presto una clientela in costante aumento e la stima del boss di quartiere. Farà società con le sue amiche e alla fine sarà in grado di riaprire la sua pasticceria.
Il regista Jérôme Enrico riesce a proporre una vicenda, che fonde con semplicità temi piuttosto delicati: la droga, l’immigrazione e la condizione di miseria e abbandono in cui versano molti anziani.
La bellissima interpretazione di Bernadette Lafont, che ha vinto il premio come miglior attrice al Bari International Film Festival, dà vita infatti ad un personaggio “politicamente scorretto” con le sue battute sferzanti che non risparmiano nessuno. Il suo carattere infastidisce, sbalordisce e colpisce in continuazione. Alla fine ritroverà quella dolcezza che la vita le aveva spento, pur non perdendo la sua grinta. 
Il ritmo delle scene, l'ironia ben dosata rendono il film leggero e a tratti comico. Nella seconda parte il film perde, però, di mordente e si conclude in modo forse troppo semplicistico e inverosimile
Sviluppata dal regista con alcuni allievi del suo corso di sceneggiatura all'ESEC, Paulette è una commedia della crisi e della precarietà, che ruota attorno al personaggio indovinato di una vecchia burbera e incattivita, pronta a lasciarsi alle spalle qualsiasi scrupolo morale pur di non rinunciare alla propria dignità. Bernadette Lafont, che ha lavorato con Truffaut, Miller e Chabrol tra gli altri, è la scelta migliore sulla quale il regista potesse capitare

venerdì 7 novembre 2014

Still Life di Uberto Pasolini

Un film di Uberto Pasolini. Con Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan, Ciaran McIntyre, Drammatico, durata 87 min - Gran Bretagna, Italia 2013 - IMDb 7,6
John May è un funzionario comunale, il suo compito è ricercare i parenti di persone morte dimenticati da tutto e da tutti. Lui se ne fa carico. Il suo è un lavoro, ma diventa per lui una missione per  restituire ad ognuno la propria dignità almeno alla fine.
Un rossetto quasi nuovo, una collana da poco prezzo, una lettera d'auguri al proprio gatto oppure una serie di bottiglie di whisky vuote, le mutande ad asciugare sul termosifone, un album di fotografie ormai ingiallite, diventano per John May degli indizi, dei segni. Seguendo questi indizi, cercherà di ritrovare familiari o, in mancanza di questi, se ne servirà per ricostruire una storia che possa appartenere al defunto.
Se non trova nessuno, organizza, lui stesso il suo funerale: scrive discorsi celebrativi, cerca la musica appropriata all'orientamento religioso del defunto, presenzia ai funerali. In un album dove raccoglie le fotografie che ritrova nelle case in cui sono vissuti, un modo perché il loro ricordo non scompaia del tutto e per sempre
Fuori dal lavoro però la vita di John May è monotona, ripetitiva: anche lui non ha famiglia e non ha amici, mangia sempre la stessa scatoletta di tonno, indossa sempre gli stessi vestiti, percorre sempre lo stesso tragitto.
E'un uomo ordinato e meticoloso, segue abitudini consolidate nel tempo, svolge il suo lavoro con devozione e amore, ma non tutti sono d'accordo con lui: i tempi che impiega sono troppo lunghi, la scelta delle sepolture troppo dispendiose: la cremazione è molto più economica ed efficace. Quindi viene licenziato. 

E' un duro colpo per lui, ma non si rassegna e chiede al suo superiore di concedergli pochi giorni per chiudere una 'pratica' che gli sta a cuore: l'ultimo defunto è di Billy Stoke, un vecchio alcolizzato che aveva  però avuto conosciuto un passato felice. Indaga e incontra diverse persone che l'hanno conosciuto e arriva a conoscere sua figlia, Kelly, perduta per orgoglio molti anni prima, ma di cui conserva un ricco album di fotografie. Lasciata Londra John incontra la giovane donna con cui nasce una bella amicizia e complicità.
Un’opera profonda e toccante che racconta una storia drammatica con mano leggera e toni poetici. Il premio alla regia ricevuto a Venezia nella sezione Orizzonti è solo una delle conferme di questa qualità del film firmato da Uberto Pasolini, italiano di nascita ed inglese di adozione.
Still Life è una lenta e riflessiva elegia sulla vita e sulla morte, che attraverso il ritratto di un uomo mette a nudo l'insensibilità di un mondo che non ha posto per i "perdenti".  
Nell’atmosfera grigia  del sud di Londra, si muove il bravissimo Eddie Marsan che offre un'interpretazione straordinaria, sotto le righe, quasi straniante, lo sguardo perso, i suoi lunghi silenzi, la sua vita sempre uguale, ma non per questo senza senso. 
Pasolini si concentra sulla storia di questo piccolo grande uomo, ne delinea la sua psicologia all’apparenza indecifrabile. Ci spinge ad  osservarlo e lo sguardo del regista è  uno sguardo tanto contemplativo quanto empatico. Still Life, è un film  ricco di umanità che vuole con discrezione – e senza nessuna presunzione – offrire una  rappresentazione della vita da un'angolatura particolare che spesso ci sfugge.
Con questa sua delicatezza, Still Life riesce ad essere il ritratto di un uomo ed una efficace riflessione sulla mortalità e l'importanza di condividere la propria vita.
"Ho scritto la sceneggiatura per lui. - dice il regista - Avevo lavorato con Eddie circa 12 anni fa nel film I vestiti nuovi dell’imperatore in cui aveva 3 scene e 6 battute. Nonostante il poco materiale è riuscito a dare un grande spessore alla sua figura. Marsan ha una grande umanità legata ad un talento e una tecnica magnifici; si è lasciato guidare dalla sceneggiatura e quando eravamo sul set abbiamo lavorato sul dettaglio e sulle sfumature. Eddie in Still life riesce a comunicare emotivamente “scomparendo” – l’attore ha svolto un grandissimo lavoro di sottrazione n.d.r.. Inoltre Eddie ha una grandissima generosità nei confronti della storia e della scena, non pensa mai a mettersi in mostra ma solo a migliorare il risultato del film. Io che lavoro nel cinema da 30 anni posso dire che questa generosità verso il materiale e verso la troupe è una vera rarità.
Questa pellicola – ambientata a Londra a firma di un regista italiano – è una vera e propria lirica, Un’opera meditativa.

"La traduzione dell'espressione inglese Still Life in italiano è natura morta - spiega il regista Uberto Pasolini (nessuna parentela con Pier Paolo), premiato alla Mostra del cinema di Venezia per la regia nella sezione Orizzonti - ma il mio film non è sulla morte, è sulla vita. Preferisco altre interpretazioni del titolo: una vita ferma, che non si muove, sempre uguale come è quella del mio protagonista all'inizio del film, ma si può tradurre anche con "una vita per immagini" oppure "ancora in vita" che poi è il senso profondo del film. Ogni vita va valorizzata per quello che è".

"L'idea per il film è nata dalla lettura di un'intervista su un quotidiano inglese a uno di questi funzionari comunali - dice Pasolini - e mi è venuta la curiosità di capire di più del loro lavoro. Per sei mesi li ho affiancati nelle loro mansioni, sono stato con loro nelle case dei defunti, ho presenziato alla cremazione o ai funerali di tante persone dove spesso io ero l'unico, a parte l'officiante, perché talvolta neppure i funzionari che hanno organizzato il funerale posso essere presenti, per i loro impegni di lavoro. Quasi tutto quello che si vede nel film l'ho tratto dalla realtà, la signora che scriveva i biglietti di auguri al proprio gatto è stata la mia prima visita".
Uberto Pasolini è un ex banchiere che ha scelto il mondo del cinema, da trent'anni lavora nella produzione inglese, ha alle spalle un successo come "Full Monty", ad oggi il film inglese di maggior successo al botteghino del Regno Unito. Da regista ha già firmato Machan, storia vera di un gruppo di cingalesi che si fingono la nazionale di palla a mano dello Sri Lanka per emigrare in Europa. "Il cinema per me è una scusa per conoscere situazioni sociali diverse dalle mie", spiega. "Con questo film mi interessava raccontare la condizione di isolamento in cui viviamo sempre più nelle grandi città sia anziani che giovani. Prima di girare il film io non conoscevo i miei vicini di casa, ora li conosco e li frequento. Posso dire che "Still Life" una cosa l'ha ottenuta, io che sono un solitario, ossessivo e considerato da gli altri glaciale, sono un po' cambiato". 
"Still life, con la sua tematica della solitudine, è diventato anche un modo per interrogare me stesso e capire che rapporto ho io con i miei familiari e conoscenti. L’ho sentito molto anche a livello personale e infatti durante le riprese mi sono spesso commosso".

John May è un poeta della vita, non ne scrive, ma ogni cosa che fa ogni suo gesto è poesia, egli sa ripristinare la giustizia che la vita con il suo corso ha sopraffatto. Interpretato con lirica sospensione da Eddie Marsan, John May ricopre una funzione sociale rilevante che eleva lo spirito nel momento in cui accoglie e custodisce e che ci sprona a vivere con responsabilità civile il nostro ruolo nella società.

lunedì 20 ottobre 2014

The van (Due sulla strada) di Stephen Frears

Un film di Stephen Frears. Con Colm Meaney, Ger Ryan, Donald O'Kelly Titolo originale The Van. Commedia, durata 107' min. - Gran Bretagna 1996. IMDb 6,8
Con quest'ultimo adattamento di Frears si completa al cinema The Barrytown trilogy di Roddy Doyle. Dopo The Commitments (di Alan Parker, del '91) e The Snapper (dello stesso Frears, del '93), con The Van ritorniamo per l'ultima volta - così ha dichiarato Doyle - a Barrytown, immaginario sobborgo settentrionale di Dublino, un quartiere povero della periferia in cui Doyle ha vissuto e insegnato (inglese e geografia) per diversi anni. 
Saper raccontare è una qualità che non manca a Stephen Frears. La sua bravura è evidente anche in Tminimalista che parla di piccoli avvenimenti quotidiani di due quarantenni irlandesi: Bimbo e Larry.
In the van Frears riesce a tratteggiare efficacemente i due protagonisti e a descrivere l’evoluzione della loro amicizia. E ' una storia 
Tanti momenti di vita quotidiana che si susseguono durante tutto il film: momenti in famiglia di tenerezza e litigi; sbronze di birra nei pub;  partite alle tv guardate in compagnia e i lavori di sistemazione del furgone. Intorno a loro i bambini che giocano per le strade e seguono festosi la prima uscita del furgone; gli ubriachi che lo assaltano non sapendo come sfogare altrimenti la loro insoddisfazione; il pannolino fritto al posto di un trancio di merluzzo. 
Bimbo e Larry, sposati con figli, si ritrovano entrambi disoccupati e decidono di diventare soci, vendendo “fish&chips” e burger di vario tipo. Come locale di vendita allestiscono un furgone scassatissimo, senza portiera, con il quale. L'allegria e i momenti di umorismo si mescolano al dramma, come in alcuni film di Ken Loach, con cui Frears ha in comune l'intento di raccontare storie di vita comuni. 
Siamo nel periodo post-thatcheriana: il mondo non è cambiato, le fabbriche licenziano e  gli uomini trovano rifugio nei pub, bevono la birra e seguono con passione il calcio. Siamo nel periodo tra il 1989 e il 1990, con le partite della nazionale di calcio irlandese ai mondiali a fare da sfondo: è proprio grazie ai tanti tifosi che escono dal pub vicino che Bimbo e Larry iniziano a fare affari. Larry, però, è maldestro e poco affabile con i clienti, i suoi due figli chiamati a servire non sono di molto aiuto e il rapporto con Bimbo sembra rovinarsi per le tensioni e i litigi frequenti. 
Ma l'esperienza non durerà a lungo, l'impresa fallirà e il furgone verrà abbandonato sulla melma della bassa marea.
I diversi modi di affrontare l'esperienza dei due protagonisti - quella vitalistica ma improduttiva di Larry, quella nevrotica ma a suo modo efficiente di Bimbo - non hanno vie d'uscita; La realtà è sempre più forte e travolge ogni speranza di riscatto. La vita, però continua, nonostante tutto perché non manca mai chi resiste e si dà fare. Il film però scivola via, non si ferma in modo particolare su nulla: ci lascia intravedere la realtà  
Questo scontro continuo con un mondo e una legge che non si vedono, rientra indubbiamente fra le cose del mondo che non piacciono a Frears, ma egli si limita a osservarle di lontano
Bravi gli attori che interpretano personaggi credibili e veri, mai banali.
Un cinema dalla parte della gente comune e rivolto alla gente comune. Un cinema umanista, a cui bastano pochi dettagli ben distribuiti nelle parti giuste – Larry e la figlia che cantano insieme nel furgone, Fortemente connotata in termini nazionali, è una commedia ricca di personaggi vivaci e di trovate divertenti che non nascondono l'amarezza di una realtà sociale disagiata sulla quale incombe il problema della disoccupazione.
A Frears non interessa tanto la lettura politica di una situazione che critica quanto il risvolto umano che può nascere da questa situazione di bisogno
Due sulla strada è più divertente e vivace nella prima parte, con la musica martellante di Eric Clapton, verso la fine perde un po’ di mordente ma non la simpatia.

mercoledì 15 ottobre 2014

Gli amori folli (Les Herbes Folles) di Alain Resnais

Un film di Alain Resnais. Con Sabine Azéma, André Dussollier, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, Mathieu Amalric.  Titolo originale Les Herbes Folles. Drammatico, durata 104 min. - Francia, Italia 2009. IMDb 6,2 
Come spesso accade con i «grandi vecchi»-e Resnais quando presentò Gli amori folli l’anno scorso a Cannes (premio speciale della giuria) stava per compiere ottantasette anni-l’età e i riconoscimenti ottenuti finiscono per trasformarsi in una carica «libertaria» che cancella imposizioni e regole, paure e limiti, dando il là a opere che finiscono col sorprendere per invenzione e libertà. Proprio come succede con questi amori folli, «infedele» titolo italiano di un originale (Les Herbes folles) che spiega meglio l’immagine ricorrente nel film delle erbacce selvatiche che nascono dove meno te lo aspetti, nelle più inaspettate fessure del cemento stradale.
 
Per Resnais è una poetica ed eloquente metafora dell’imprevedibilità delle azioni umane, di cui cercherà di dare una altrettanto poetica e «imprevedibile » dimostrazione con i casi che un bel giorno fanno incrociare il destino di Marguerite Muir (Sabine Azéma) e Georges Palet (André Dussollier): lei subisce lo scippo della borsa, lui ritrova il portafoglio abbandonato dallo scippatore, lei telefona per ringraziare, lui vorrebbe qualche cosa di più, almeno un incontro...
 
Ma si ingannerebbe lo spettatore se dopo questo inizio si aspettasse un qualche tipo di evoluzione verso il melodramma amoroso. Così come sono destinati a restare sospesi e indeterminati gli indizi che possono far pensare a una qualche «perversione» di Georges, costretto a fare ameno dei suoi diritti elettorali e preoccupato che il poliziotto a cui ha riconsegnato il portafoglio possa averlo riconosciuto. Che cosa si nasconde nel passato di Georges? Perché passa i suoi giorni a casa senza lavorare? Perché la moglie (Anne Consigny) sembra non preoccuparsi più di tanto del desiderio del marito di conoscere la proprietaria dei documenti che ha ritrovato? Perché la derubata, che scopriremo vivere da sola, fare la dentista e avere la passione, oltre che il brevetto, per il volo non è infastidita più di tanto delle attenzioni di Georges? E anzi cerca di instaurare uno strano rapporto con la moglie dell’uomo?
 
In un film «normale» sono tutte domande a cui lo spettatore si aspetterebbe prima o poi di ottenere una risposta, o comunque di trovare delle tracce che possano indirizzarlo sulla strada della soluzione, ma con Resnais è fatica vana. Persino il finale è lasciato in sospeso, con lo sberleffo dell’ultimissima scena, dove una bambina (di cui ignoriamo l’identità) chiede alla madre se, diventando un gatto, potrà anche lei mangiare i croccantini.
 
Per tutta la sua carriera il regista bretone si è fatto un dovere di confondere le piste e ingarbugliare le tracce. E non certo per il gusto della sorpresa fine a se stessa. A ripensare ai suoi film, anche quelli più ostici e difficili, non c’è mai niente di gratuito, di fine a se stesso: mescolare i piani della memoria e del ricordo, del tempo e dello spazio è servito a Resnais per togliere allo spettatore le certezze che un cinema fin troppo codificato aveva instillato. 
Difficile identificarsi con uno dei suoi personaggi, difficile dividere con precisione i sogni dalla realtà, il passato dal presente: tutto serve per distruggere le sicurezze che il «realismo» del cinema ha reso lingua universale. Anche il racconto del narratore, che invece di spiegare moltiplica le domande. No, Resnais non ci ha mai creduto e a maggior ragione non ci crede in questo ultimo film, dove il gioco delle sorprese e dei ribaltamenti diventa a un certo momento vorticoso, labirintico, inestricabile.
Con tutti i rischi che questo «gioco » comporta. Perché se chiediamo al cinema di farci dimenticare la logica della vita e siamo disposti a farci guidare verso terreni imprevedibili, allora la sorpresa può trasformarsi in piacere. Ma se il gusto un po’ surreale e iconoclasta di «distruggere » la realtà come la conosciamo ci prende la mano (e qui il sospetto fa capolino più di una volta), se le domande si moltiplicano (quasi) all’infinito e le risposte non arrivano mai, allora il rischio è quello di sentirci di fronte a un’intelligenza di cui sfuggono le ragioni. E il piacere lascia il campo a un sentimento di rispettosa estraneità.
 
Corriere della Sera - Paolo Mereghetti

30 aprile 2010

lunedì 6 ottobre 2014

Un tocco di Zenzero di Tassos Boulmetis

Un film di Tassos Boulmetis. Con Georges Corraface, Tassos Bandis, Basak Köklükaya, Ieroklis Michaelidis, Renia Louizidou. Titolo originale Politiki kouzina. Drammatico, durata 108 min. - Grecia, Turchia 2003. IMDb 7,6
Fanis,  insegnante di astrofisica appassionato di cucina e di spezie, narra la sua storia. Nato e cresciuto a Costantinopoli, il piccolo Fanis trascorre il suo tempo nella bottega del nonno, mercante di spezie. Osserva i clienti, impara a riconoscere gli aromi dai mille odori e sapori e i loro segreti, e conosce la piccola Saime, compagna di giochi nella soffitta polverosa. 
 
Il nonno Vassilis lo incanta con le strambe lezioni di astronomia a base di spezie. Un mondo magico e affascinante di cui non si dimenticherà più,un mondo di odori e di colori cui il nonno ha dato simbologie astrali. L’insegnamento dell’astronomia passa, infatti, nelle parole del nonno, attraverso lo studio delle proprietà del pepe e dello zafferano, del loro valore e del loro utilizzo. Fanis impara a conoscere gli elementi e rimane affascinato dalla possibilità di poterli unire e mischiare per creare nuovi universi. Fanis in fondo vorrebbe utilizzare questa abilità anche nella vita di tutti i giorni, vorrebbe controllare gli eventi e gestirli con cognizione di causa.
"Il pepe... è piccante e brucia, proprio come il sole." - gli racconta il nonno e gli descrive anche gli effetti delle spezie sull'animo umano:
"Il sale… va aggiunto nelle dosi necessarie per insaporire la vita di ognuno.
La cannella… è dolce amara, proprio come una donna. La vita, come il cibo, richiede sale…
Sapori dolci e speziati possono essere mescolati in diverse maniere: combinati assumono sfumature particolari impossibili da trovare se usati da soli."
Fanis appartiene ad una famiglia greca in Turchia, sullo sfondo dei continui scontri tra i due paesi, dal pogrom del 1955 (in cui i greci furono cacciati da Istanbul), attraverso la crisi di Cipro fino all'attuale pacificazione.
Il padre sarà costretto dall'Ufficio Immigrazione, che non rinnova il permesso di residenza né a lui né al resto della comunità greca abitante a Costantinopoli, a lasciare Istanbul per un ritorno forzato in madrepatria e tutto questo in risposta ai fatti di Cipro. Da quel momento la sua famiglia vivrà in una situazione paradossale: sarà considerata greca dai turchi e turca dai greci. L'addio a parenti e amici di Costantinopoli e sopratutto all'amatissimo nonno sarà molto doloroso. 
Fanis dovrà lasciare anche Saime, il suo primo e grande amore e sarà preso da una grande malinconia e si sentirà estraneo alla nuova patria. La cucina e, più precisamente, l’atto del cucinare diventano l’unico modo per mantenere vivo il ricordo delle persone care abbandonate di là dal confine, e lo farà a tutti i costi, preoccupando la famiglie. Per lui cucinare rappresenta il bisogno estremo di comunicare con il proprio passato mantenendolo vivo, la paura di perdere la propria identità, ma anche un estremo bisogno di controllo sulla realtà, sulla materia. Cucinare è il suo piccolo universo rappresentato dagli ingredienti da mescolare armoniosamente. 
 
Le sue qualità di cuoco sono straordinarie. L’odore delle spezie e dei piatti preparati gli ricordano il passato, il nonno e la sua amata; i gesti, il dosare con le dita qualche polvere, sono come un codice segreto di intesa e di appartenenza, lo strumento per richiamare un mondo perso in modo traumatico. Studierà astronomia ed è affascinato dalla perfezione e dall'ordine, dalle regole  precise, che regolano sia la cucina che le galassie. 
Scriverà alla sua amica profumando con le spezie le cartoline.
I genitori, però, preoccupati per la sua salute, vorrebbero sottrarlo a questa sua passione e Fanis si rinchiude in bagno nell’attesa, sempre vana, dell’arrivo del nonno. Crescerà senza rivedere né il nonno né Saime.

Si decide a volare a Istanbul solo dopo la notizia dell’aggravarsi delle condizioni di salute del nonno. Al funerale incontra Saime, che si è sposata, ma è in crisi con il marito. La speranza rinasce in lui e accetta una cattedra in città. Il destino, però, ancora una volta gli impedisce di coronare il suo sogno d’amore, perché Saime parte per Ankara con il marito. Fanis si rifugia nella bottega abbandonata del nonno, circondato da spezie e pianeti.
La cucina nel film è metafora della vita. Il cibo e la cucina sono il veicolo tramite il quale raccontare l'amore di una gente per la propria terra, per i propri valori. I brillanti dialoghi rimandano sempre al cibo e o le  pietanze scandiscono ogni momento della vita del protagonista e dei suoi bizzarri parenti.Ogni avvenimento importante è un'occasione per ritrovarsi tutti insieme in cucina a preparare i piatti tipici della loro tradizione
Grande attenzione per i riti ed i gesti, dal dosaggio di ogni spezia, alla disposizione dei piatti sulla tavola, sino al posizionamento sapiente dei commensali. Il cibo non è quindi soltanto un mezzo di sostentamento, ma un magico strumento per influenzare la vita. Il cibo e la cucina sono un mezzo di comunicazione, l’unico valido per il protagonista, e come rifugio, come consolazione, come droga, olfattiva che salva da una realtà spesso dura. 
A volte bisogna usare le spezie sbagliate per ottenere l'effetto desiderato. Aggiungere qualcosa di diverso. Il cumino, come dire... è una spezia forte, ti aggredisce, induce le persone a chiudersi. Lo zenzero è delicato e pungente, e spinge a guardarsi negli occhi". (Vasilis)
Il regista Tassos Boulmetis, infatti, è un greco nato proprio a Istanbul, nel 1957, trasferitosi poi in Grecia all’età di 7 anni, e ha inserito nel film molti riferimenti autobiografici. Come il protagonista del suo film, inoltre, ha alle spalle studi scientifici (fisica), prima di approdare allo studio del cinema all’Ucla, in California, grazie a una borsa di studio dell’Onassis Foundation. Dopo un apprendistato televisivo, ha realizzato Dream Factory, che ha fatto incetta di premi in diversi festival. Sceneggiatore, produttore e regista, Boulmetis è anche autore degli effetti visivi speciali del film Un tocco di zenzero, che in Grecia è stato uno dei maggiori successi cinematografici nazionali. Boulmetis è anche il primo presidente della Hellenic Film Academy.